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Scuola, cultura sincretica e metropoli comunicazionale: l’incontro con Massimo Canevacci

La scuola senza barriere, una conoscenza aperta e multidimensionale, capace di valorizzare le differenze e coinvolgere gli studenti a 360 gradi sono solo alcune delle parole e delle sensazioni che Massimo Canevacci, docente di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università di Roma “La Sapienza” e attualmente visiting professor presso l’USP di San Paulo (Brasile), ci ha trasmesso, durante un incontro in video chat per il corso di Near Future Education Lab.

Gettare le fondamenta di un progetto realmente concretizzabile è cosa ammirevole quanto difficile nella sua realizzazione. Ma ad aprire il nostro orizzonte “mentale”, se così si può dire, sono state proprio le parole di Canevacci.

Come studenti e cittadini del mondo abbiamo infatti il dovere di sperimentare, tutto e tutti. Tutto ciò vale sia per le persone quanto per le istituzioni. Nel nostro caso per l’università.

La scuola – suggerisce Canevacci parlandoci dalla suo appartamento di San Paulo – non può più star chiusa tra le sue mura ma deve proiettarsi oltre i confini materiali convenzionali. Deve avere la possibilità e l’obbligo di trovare nuove soluzioni, condizioni e processi che permettano di abbattere le barriere di ruolo per capire che ognuno ha una conoscenza da mettere in comune. Questo non vuoi dire che tutti siamo uguali perché sia identici, ma che tutti siamo uguali perché tutti diversi per storie di vita, conoscenze e tendenze.

l concetti possono diventare una mappa mobile che cambiano il modo di creare conoscenza. L’etnografia cerca di anticipare i linguaggi e le rappresentazioni per dare senso alla ricerca attuale. La ricerca oramai non può essere solo riassunta nella forma scritta perché va ad attingere da una serie di linguaggi differenti.

lnoltrandoci sempre più a fondo in questo universo fatto di confronto con l’altro, di remix e possibilismo siamo giunti poi alla tematica della “metropoli comunicazionale”. La metropoli industriale era basata sulla centralità del lavoro salariato e su questa base si strutturava la conoscenza. Oggi non è più così e per questo cambiano i linguaggi nella metropoli comunicazionale, dove convivono l’immateriale e il materiale. La comunicazione cerca di renderei ubiqui, di raccontare costantemente a tutti. L’ubiquità tocca la nostra dimensione spazio-temporale: tempo e spazio sono intrecciati.

Essa (la metropoli) non ha più al centro la fabbrica, il lavoro industriale, la dialettica, la sintesi, il lavoro salariato. La comunicazione e la comunicazione digitale stanno trasformando sempre più il sistema di produzione di valore e di valori. Ciò che ne deriva è una cultura sincretica che mescola discipline, modelli e stili. Accanirsi nel riprodurre la purezza autentica del passato è uno sforzo ormai vano.

Quello di Massimo Canevacci è l’elogio dell’ ‘impurezza’, della diversità. Avanzare, progredire, vuol dire incontrare l’altro e intrecciare le proprie conoscenze e capacità. L’ “intreccio” (il remix) supera la dialettica. La dimensione dell’incontro e dello “stupore” sono i canali che conducono allo sconosciuto. Sconosciuto e perciò desiderato.

Cosa deve auspicare il design, se non l’incontro con lo sconosciuto? Con ciò che ancora non esiste? E cos’è la ricerca tutta se non ambisce a raggiungere qualcosa che ancora non esiste?

In un mondo che corre così velocemente nessuno può rimanere un passivo spettatore degli eventi, l’università stessa deve uscire dai “luoghi universitari” e aprirsi all’esterno. Gli studenti quindi non sono “meri recipienti, bicchieri da riempire con nozioni pre-impostate dai docenti” (cit. dall’intervento del prof Canevacci), ma soggetti attivi che dialogano e collaborano con i docenti, in un continuo scambio di sapere.

Il valore aggiunto a questo scambio è il concetto di intreccio (non più una dialettica, ma un intreccio di persone, una rete). E la differenza è una ricchezza. Un mondo in cui il principio di uguaglianza (essere tutti uguali) significa uguali nella differenza (siamo uguali perchè tutti diversi). In cui le differenze devono essere messe in condizione di dialogare in un contesto globale che ci renda più uniti.

Un messaggio molto profondo che fa riflettere tutti i designer sull’importanza dell’antropologia nel nostro lavoro di progettisti: partire dall’osservazione e dalla comprensione delle differenze e soprattutto degli esseri umani.

Vi lasciamo con una testimonianza del prof. Canevacci: purtroppo, per un problema tecnicp, la registrazione integrale dell’intervento è stata danneggiata, ma il professore è stato così gentile da rilasciare per il blog una intervista

https://www.youtube.com/watch?v=zYhR0V9QUCM

A presto!